CONCIMAZIONI

Compost biodinamico

Uno dei punti cardinali dell’agricoltura biodinamica consiste nella tipologia di concimi/ammendanti/nutrienti impiegati per fertilizzare i terreni.
In particolare, in agricoltura biodinamica si presta particolare attenzione affinchè la sostanza organica sia ben umificata, e quindi che abbia subito una trasformazione (umificazione) ad opera di batteri, attinomiceti, funghi decompositori in grado di trasformare e produrre sostanze particolari (tra cui elementi nutritivi, sostanze cementanti, antibiotici ecc.) e, successivamente, dall’azione dei lombrichi al fine di formare i complessi argillo-umici. Questi complessi argillo-umici sono il risultato di un’interazione sinergica e dinamica. Gli elementi nutritivi, poi, vengono liberati grazie all’interazione con gli apparati radicali delle piante. Il tutto è regolato anche dalle temperature atmosferiche e dall’azione solare.
Grazie all’utilizzo di sostanze umificate si favorisce nel terreno la formazione di humus, la struttura del suolo è resa più stabile e vitale, stimolando la formazione di grumi, si forma la struttura glomerulare, con aggregati porosi dotati di proprietà colloidali.
Imitando quanto accade naturalmente nel sottobosco in cui, sotto la lettiera (foglie secche) si forma l’humus, in agricoltura biodinamica si allestiscono dei cumuli di compost biodinamico, che viene distribuito al suolo quando le condizioni pedo-climatiche raggiungono i valori ottimali, generalmente in autunno.
Per fare un buon composto sono necessarie 2 parti di letame fresco, una parte di residui vegetali, un 10% di buon terriccio o vecchio compost ed un 1% di basalto, preventivamente mescolati prima di essere posti in forma.
La provenienza del letame può essere extra aziendale, se possibile da aziende biologiche/biodinamiche certificate o in caso di impossibilità da allevamenti estensivi.
Per ogni ettaro si calcolano necessari 300 quintali di compost biodinamico.

Sovescio biodinamico

Il sovescio consiste nel seminare una o più specie vegetali e coltivarle allo scopo di triturare la massa prodotta e procedere al suo interramento. Il momento nel quale procedere alla triturazione della massa dipende dagli effetti che vogliamo che questa massa operi nel nostro terreno ed è conseguentemente diversa specie per specie. Nel caso in cui sia stata seminata una miscela di essenze, ad esempio, l’ultimo momento accettabile per la triturazione della massa corrisponde all’inizio della perdita dei semi da parte delle specie potenzialmente più «infestanti».
Per fare un esempio pratico possiamo dire che un sovescio di leguminose dovrebbe essere triturato generalmente all’inizio della fioritura mentre, in un sovescio misto comprendente anche la senape, si dovrebbe intervenire al più tardi nel momento in cui il primo fiore si sta trasformando in seme per evitare la successiva disseminazione.
Allo stesso modo anche il momento dell’interramento può variare a seconda dell’effetto che si vogliono ottenere: ad esempio, in un terreno molto sabbioso si interviene più rapidamente possibile, interrando la massa subito dopo la triturazione in modo tale che incorpori molta acqua nel terreno, mentre in un terreno pesante si potranno aspettare diversi giorni per consentire un appassimento deciso dei vegetali triturati al fine di non interrare troppa acqua, favorendo così processi putrefattivi anziché processi vitali positivi.
Il primo fattore positivo legato al sovescio è l’apportare una massa discreta di vegetali pronti ad essere trasformati nel terreno in sostanza organica.